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[o: conTributo della Rosa]

IL BAULE DI VIV [atto unico]

testi: Massimo Morasso

regia: Michele D’Anca

Vivien Leigh: Chiara Daino

Donna d’anima e di dolore, Vivien Leigh. Nata a Darjeeling, in India, nel 1914, nel 1938, a soli 25 anni, era già moglie, madre, amante ricambiata di Laurence Olivier, a sua volta sposato e padre di un bambino [e l’attrice aveva già vinto un Oscar come migliore attrice protagonista per l’interpretazione di Rosella (Scarlett) O’Hara in Via col vento].
Vivien Leigh vincerà due Statuette nel corso della sua carriera, diventerà una grande interprete di Shakespeare e sposerà in seconde nozze l’amore della sua vita, che nel frattempo era diventato “Sir”: Sir Laurence Olivier, probabilmente il genius d’attore più straordinario del Novecento. Bellissimi, innamoratissimi, bravissi, ricchissimi, i coniugi Olivier per oltre dieci anni vissero una vita di sfarzo e di successo apparentemente senza ombre [erano una delle invidie del mondo]. Ma dietro al lato in luce di Vivien Leigh, c’era un grande spazio buio, che solo gli amici più intimi a alcuni medici conoscevano. Viv era affetta da una duplice malattia: fin da giovane, fu preda insieme della tubercolosi e di ricorrenti crisi maniaco-depressive. Fu la tubercolosi – e non il suicidio, come pure si insinuò – a portarla appena cinquantatreenne alla morte… E fu la sua pazzia a distruggere il suo sogno d’amore con Larry, e a costringerla sempre più di frequente a ricoveri in ospedali psichiatrici, dove fu costretta a subire l’orrore di una cinquantina di sedute di eletroschock. Affetta da bipolarismo, alternava persone, personaggi e personalità differenti, vivendo la sua scissione sul sottile discrimine fra genio e follia.
La Vivien Leigh di questo vibrante, tesissimo one woman’s act è questa donna d’anime e di dolori. Una donna sottratta a se stessa dal suo delirio mentale – che osserva la propria vita, la propria distruzione, nella solitudine di una casa che condivide con il suo terzo marito, Jak Marivale, anch’egli attore, un uomo cui volle bene ma che non riuscì mai a colmare lo strazio per la fine del suo amore con Larry, né poté farla fuggire dai suoi innumerovoli, insopportabili fantasmi.
La Leigh rivive nell’intensa incarnazione che le offre Chiara Daino.
Tratto in larga parte dal libro di Morasso Le poesie di Vivien Leigh, Marietti, 2005 [finalista al Premio Camaiore 2006 e vincitore del Premio Città di Atri 2007], il monologo scandisce le tappe principali di un itinerario autoriflessivo che, una volta delineato il paesaggio interiore che funge da scenario al dramma dell’attrice, affronta di petto i nuclei oscuri dell’amour fou, riletto nella prospettiva dolorosa dell’avvenuto distacco, e dell’incedere della follia, per sfociare in accenti di accorata meditazione sul senso radicalmente “teatrico” dell’esistenza e sulla “molteplicità” dell’Io.

Massimo Morasso

 

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