“c’è una differenza tra l’atteggiarsi e l’essere.

E Chiara non conosce la prima possibilità e per assumere pienamente la seconda è disposta a rischiare tutto, rischiare di essere fraintesa o insopportabile o arrogante o irritante (che poi potrebbe essere un’unica cosa che le contenga tutte e quattro).Semplicemente tra il sembra e l’essere, lei non conosce sembra. E’ vera con la sua scrittura, perché è la sua, perché è lei. Non c’è altro (o forse c’è solo altro)”. [Luigi Metropoli]

“La scrittura di Chiara Daino, oltre i limiti della mera comunicazione, sembra smarrire (su piani di realtà) il proprio destino. E’ come un sussulto all’interno del moto perpetuo innescato in un movimento centrifugo di perdita, accelerato, inesorabile, che si conclude poi con il tracollo definitivo. E’ il disastro della scrittura. Ma, al tempo stesso, la sua più viscerale emancipazione. Quando il tèlos della trasmissione di un senso cessa di esercitare il suo potere opprimente, e viene messo in forse il centro di gravità in forza del quale il significato finiva per prevalere – nella forma del “messaggio”, del “racconto”, del “contenuto” – allora la scrittura si ripiega su se stessa. E in questo raccogliersi su di sé mette definitivamente fuori causa il significato e il suo indissociabile alleato: il Senso. E’ la scrittura del disastro, irreligiosa e irredimibile: nessun legame esteriore la riduce più a veicolo di senso dato, a portatrice di significato ulteriore che, per quanto eterogeneo, si incarnerebbe tuttavia in essa deponendovisi come nel suo alveo più naturale. Non c’è più nulla da cercare al di là della scrittura. Tutto si gioca nella pura immanenza dei segni, superficie abissale. Espunto ogni Fondamento di  senso (Grund) non resta che librarsi sull’abisso del Senza Fondamento (Abgrund). Sine substantia, sine lege.

A quel punto un altro rapporto si instaura tra che scrive e chi legge. Scomparsa la dimensione comunicativa, la radiosa partecipazione ad un senso comune – metessi di qualcosa di ordine superiore ad entrambi, e che proprio in virtù di tale statuto di trascendenza può mettere ciascuno in “comunicazione” con ciascun altro – resta la complicità. Il lavoro del senso affonda, la seduzione dei significanti affiora. Significanti che nulla significano. Alla parola è così consentito di raggiungere il luogo utopico ove lo sradicamento da ogni sede o punto di riferimento obbligato diviene irreversibile. Impossibile, ormai, frenarne la spinta a varcare ogni confine, a spingersi sempre più oltre in un moto di incessante erramento. Verso regioni che nessun orizzonte può contenere, e nessuna demarcazione racchiudere entro i termini di un territorio circoscritto una volta per tutte.

Se c’è esilio dal senso, dalla rassicurante dimora in cui la parola riluce, e si dà esodo verso oltre ed altro – senza Nostalgia – allora alla parola si dischiude l’altro versante. Dimissionaria dal Senso, essa si svolge allo spazio del Neutro. Dall’Uno all’Altro. E inabissandosi nella Notte in cui risuona il silenzio delle sirene, ritrova la propria estrema prossimità alla morte. Zona insituabile, sottratta ad ogni coordinata spaziale. Vuoto vertiginosamente spalancato su se stesso. Ed è ancora un rapporto di complicità quello che pare stabilirsi tra la parola ed il suo sfondo silenzioso: la pagina bianca, che nulla dice di per sé, destinata com’è a fare da muto supporto al segno che su di essa si (i)scrive, in un tacere estraniato in rapporto a un discorso che pare svolgersi altrove. E tuttavia ineliminabile presenza/assenza, allo stesso modo in cui il silenzio è lo sfondo necessario sul quale la voce deve potersi stagliare affinché qualcosa si oda. La pagina bianca e il silenzio intrattengono una relazione essenziale in ragione della loro indifferenza da ciò che sul loro corpo si (i)scrive. Ritraendosi nella quiete del loro esser muti consentono alla parola di prendere la parola. Un tacere che acconsente. Assenso intriso di assenza. Ma un tacere ben lontano da ogni mutismo. Tacere risuonante nella complicità tra parola e silenzio, che barluma nel segno imbevuto del bianco della pagina.

Arrischiata nello spazio mortale del Neutro, la scrittura ormai fuoriuscita dall’ordine del Mondo si inerpica nel silenzioso versante della pagina. Un altro luogo emerge. Sul cui suolo la catastrofe celebra il suo festoso sacrificio: gaia scrittura del disastro. 

sempre più chiara

(infine, la tua Scrittura…): lasciala “indecisa”, sfumata alla vista e accecante ad un tempo, come il sole, come colei che gioca, che crea, che resiste (alla morte, alla stupidità, al volgare del presente, al dolore)

innanzitutto, bambina e irresponsabile. Non le si chieda ragione del suo fare e disfare; non si cerchi di interpretarla fissandola nella gabbia rassicurante di una definizione o di un genere. Si provi, piuttosto, a farne esperienza, a stupirsi d’essere, d’essere ancora…

essa lotta, dal verbo “luctari”, che appartiene al dominio semantico dell’atletica: niente agonismo belluino, fanatico e capi – talista, qundi, ma sovrano divertissement dei corpi. La vera lotta è “coitus interruptus-ininterruptus”, rivoluzione permanente, altalena instancabile di “plaisir” tantrico e di “jouissance” sconsiderata: car la mollasse, ici, n’est que l’ecume de la force, una crête qui tremble au vent, come sorrideva anarchico e rigoroso nella sua danza di parole Antonin Artaud

essa “conquista”? Conquerere, ovvero cercare, raccogliere, requisire. Conquista indica l’atto e il possesso. Tutto ciò non ti appartiene. Cum – quarere: cercare insieme, chiedere, toccare il fondo amabile e raccolto dove possono convivere conversazione e ascolto.

Fare conquista, sedurre…” [Mirko Servetti, Il celeste “reato” della solitudine, A DAMA(in)SCENA, per l’inedito Siamo Soli]

Chiara Daino e’ piu’ che brava. di persone brave ce ne sono molte. in Chiara io sento una ‘necessita”. Chiara e’ l’Emergenza. l’Emergenza del 1944 a Firenze (e la ballata di Montale), l’emergenza di qualcosa – la lingua – che “resiste e vomita e si contorce dal dolore” come Princesa… La lingua sara’ trans, ora, o non sarà”. [Massimo Sannelli]

Chiara Daino (1981), sorprendente rivelazione della nuova scrittura italiana in prosa ritmica ed artistica. Il suo amalgama linguistico di basso gergo giovanile ed alta sperimentazione letteraria (con grandi riferimenti, da Emily Dickinson ad Amelia Rosselli), tra citazioni rock e tensioni escatologiche, ci parla di una lotta intestina tra l’io e la storia, tra corpo individuale e mondo socializzato. Il suo primo romanzo, La merca (Fara, 2006), ha la voce diretta e non mediata di una dca (disturbi del comportamento alimentare). Priva di pietismi e morali esterne, la Daino ne approfitta per un feroce affondo generazionale [Davide Nota, l’Unità, 18 agosto 2009]

“l’attrice e cantante Chiara Daino uno fra i nomi piu’ noti del giovane heavy metal italiano ed europeo, che amalgama musica, voce, recitazione, in nome di un personalissimo riesame del concetto di poesia” [Adnkronos, Monfalcone 2009]
Chiara Daino […] una poeta che ha il merito (e scusate se è poco) di spostare sempre un po’ “oltre” la soglia di percezione di tutto ciò che, attraverso la parola, si fa esistenza e, in quanto tale, pone in essere la visione stessa, accende lo sguardo che la (può) accoglie(re): in un mareggiare continuo, sottile, come un corpo in bilico tra due sponde che si abbracciano, allontanandosi: quella di ciò che si dà all’occhio che non trattiene; e quella che, senza parole, è traccia invisibile di pura parola: l’unica presenza che permette all’occhio di farsi dimora e voce. [Francesco Marotta in La dimora del tempo sospeso]

 

«E se traducessi “steel” con “ferro”?». Iniziò  così la mia chiacchierata con Chiara, quando mi annunciò  il suo progetto di traduzione di testi Heavy Metal. Pardon: di raccolta di poesie. E guai a chi fa il mio stesso errore. «Insomma… la parola “acciaio”, come suono FA SCHIFO» questo mi diceva Chiara. Partiamo male, pensai: già si va a minare le fondamenta. Glie lo dissi subito: guarda che sei andata a prendere un termine che è fondamentale. L’acciaio. Quello di Conan il barbaro. Il Metallo per eccellenza. Da quando esiste l’Heavy Metal, da quando mr. Judas Priest lo partorì, il Metallo è sempre stato quello –steel. Il metallo per antonomasia: più tagliente, più lucido, più resistente. Che non arrugginisce. Come la musica che rappresenta: quella musica che può permettersi di essere anacronistica in un album, e d’avanguardia nell’album successivo. Quella musica che sa far sposare Paradiso e Inferno, che sa far giocare a dadi un angelo e un baro, che sa raccontare di milioni di cosmi distrutti e di mondi che vivono al di là degli specchi. Di peccato e di redenzione, di amore e di odio. Di vita e di morte: e che quindi, va (molto) al di là di ogni tempo. Anzi: che del tempo se ne fotte. Perché, con la quarta dimensione, il Metallo ha imparato a giocarci da sempre, come un bambino gioca con un orologio finto. Quella musica che ha imparato a intrecciare incubi e chitarre come si intrecciano gli intestini di un corpo umano, e poi ha mollato in mano al suo ascoltatore la matassa sanguinolenta dicendoli: adesso districa – se ci riesci – e cerca di capirci qualcosa!Quelle musica che, da trent’anni, sta raccontando una storia (e milioni di storie) che pochissime volte qualcuno ha cercato di interpretare. Chiara Daino è una di questi qualcuno. Poesia: figuriamoci, si potrebbe dire. Il testo di una canzone rock a volte non lo leggono nemmeno i fan. Una volta lo facevano: quando dovevi conoscere le parole, per cantarle sotto il palco o tatuartele sulla pelle. Ma -diciamolo, oggi ci sono quelli che il booklet non ce l’hanno nemmeno: perché non hanno mai comprato il cd. Forse l’Heavy Metal ha dalla sua qualche eccezione in più: il calendario mentale dell’ascoltatore medio di Metallo, di solito, viaggia ancora tra gli ‘80 e i ‘90. E, con buona pace del suo portafoglio, i cd (ogni tanto) li compra ancora. O quantomeno si va a cercare i testi sul web. Poi ci sono i fissati: quelli che il booklet ce l’hanno originale, il testo lo sanno a memoria e ti sanno pure trovare i riferimenti, le fonti di ispirazione. Quindi, chissà: con un genere di musica come questo, poteva avere un senso: trasformare le parole in poesia. Almeno provarci. Che poi, uno dice: è la musica che conta, no? Mica le parole. Cioè, ci sono band che manco ce l’hanno un cantante: sarà mica un cantante uno che di soprannome fa “Corpsegrinder” e che per dueminutietrentasecondi rutta nel microfono qualcosa tipo
«niaarrawgawrafreybruarartrlaaauratgbraefgruagwaragh» et cetera?
E invece, Chiara ha anche tradotto loro, i Cannibal Corpse. Come ha tradotto i dedali dei Death e i sospiri dei Savatage, i Dark Tranquillity e i Testament, gli immancabili Maiden e i ‘Tallica, i nonni (Black Sabbath, Judas Priest e Motorhead) e i nipoti (Nightwish, System of a Down, Cadaveria), gli italiani Lacuna Coil che li conoscono tutti ma anche i sempre italiani Sadist che magari li conosce qualcuno in meno. E i Manowar, pure loro. Quelli dal cui manifesto Heart of Steel ebbe inizio la chiacchierata di cui sopra. Chi se lo aspettava che i Carcass, tra un cadavere sezionato e l’altro, avessero scritto che “senza la sfera sensibile le corde del tuo cuore sono tronche”? O che i versi di Chiara sui testi dei Blind Guardian potessero DAVVERO evocare Frodo e Merlino? O ancora: andatevi a guardare come Chiara rilegge gli Slayer:il carcame possiede la mia anima/la serpe ha perso: ogni controllo. Leggete: sentirete FREDDO, ve lo garantisco. Senza nessun bisogno delle chitarre di King e Hanneman che tempestano sullo sfondo. Perché – eccoci – proprio questo è riuscita a fare, quella là che non voleva tradurre steel con acciaio perché faceva schifo: a ricostruire il suono. In fin dei conti, è vero: nell’Heavy Metal è la musica che conta. E infatti Chiara Daino, dell’Heavy Metal, ha capito TUTTO. Ne ha colto l’essenza, il cuore. Il potere della sua parola. Calda come l’inferno o fredda come una lama. Che sia di ferro, o di acciaio: come cazzo volete. Tanto è Metallo. Open magic doors/They will know the Power of my (S)word (Manowar) [Marco Turco, Lupus Metallorum, prefazione]

“[…] Chiara Daino, genovese 1981 e, manco a dirlo, artista multiforme […] Tutto si regge intorno all’energia del gesto che dà forma (metamorfica) alla pasta verbale: l’unico contenuto possibile, infatti, non è il gioco illusionistico dell’intreccio che tenta di farsi beffe del tempo, ma il corpo, che chiede ragione dell’eternità dentro l’usura della (nostra) storia. Il corpo o, meglio, l’arcano del corpo: fessura di carne per la nostra strategica ritirata o per la nostra improvvisa e colpevole apparizione, punto limite continuamente attraversato, prigione e trampolino verso l’assoluto, buco nero che distrugge e grande orifizio che trasforma. A noi, di volta in volta, la scelta rispetto a queste possibilità, quando scelta è data, naturalmente, al fine di imparare l’equilibrio impossibile sul filo di tale limite: corpo-confine, corpo-lama”. [Marco Merlin, in Atelier, giugno 2007]

Chiara Daino è un’artista di forza (ed esattezza nel calibrare la forza) non comune sicuramente in rapporto con luoghi e spazi del suo lavoro attoriale” [Marco Giovenale, Absolute Poetry, giugno 2006]

Chiara, visione intertestuale, Rita Hayworth in favoloso total look nero ma foulard rosso ton sur ton con lo smalto alle unghie e eyeliner da favola; e Gloria Swanson, Clara Calamai, più di tutte Isabelle Adjani in Adèle H. di François T.  Come suona Massimo, it’s still the same ol’ story / a fight for love an’ glory / a case of do or die / the world will always welcome lovers” [Giovanni Choukhadarian, La Poesia e lo Spirito, aprile, 2007]

Chiara Daino, giovane attrice, song-writer, poetessa e narratrice: una piccola stella nascente del firmamento attoriale ligure e non solo” [Carlo Alessi, Quotidiano di informazione online della provincia di Imperia, Giugno, 2007] 

“Grande impressione ha destato l’apparizione della bellissima e bravissima Chiara Daino, l’autentica incarnazione di Vivien Leigh…” [Andrea Torresani, Il Corriere di Verona, 5 luglio 2007, in margine alla cerimonia di Premiazione della settima edizione del Premio Vivien Leigh-Laurence Olivier, Garda, 4 luglio 2007]

Chiara Daino, nata nel 1981, ha piegato Pasolini ad un uso performativo-massacrante (a partire dalla Disperata vitalità, e aggiungendo qualsiasi cosa)” [Massimo Sannelli, prefazione ai versi di Domenico Lombardini]

 

 

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...