Vedere nel giorno e nell’anno un simbolo
dei giorni dell’uomo e dei suoi anni.
Convertire l’oltraggio degli anni
in una musica, una voce e un simbolo.

 

[Jorge Luis Borges]

 

[Picasso’s Music Paintings]

 

 

In ritardo: rendo grazie.

Rendo giustizia: al Maestro Alberto J. Luppi Musso, a Rodolfo Cervetto, Alberto Malnati e Marco Moro. Il concerto è stato. Passione, professione e pubblico. Prestare la voce e ripartire il testo per note ha sancito/segnato: il piacere del palco. Giovanna: connubio di carisma e credo. E vedo la differenza: il dilettante che si dice un dio [è aperta polemica: provata – oltre limite – dal piccolo primate che preferisce reprimere anziché riconoscere] si ritiri. In silenzio e ascolti. Ricordi della sera, dello Spettacolo: sinergia in atto. Ognuno al suo strumento. Ognuno è il suo strumento. E sono anni e sono studi. E sono scarti: suoni altri/alti. Di chi sa. E Alberto dirige e impasta: amalgama resa. Intesa perfetta [i fiati nelle pause del flauto] e rispetto: di chapeau in chapeau! Non si commenta, non si deve dimostrare: il livello è labor – limae e lama. Maiuscola che miete la massa: Musicisti.

Basta la parola: il disco che si compatta. Giro nella sfera: la penna è plauso ai grandi. Voi tutti. Verso tutti: la ribalta che risulta riga netta. È tratto il punto di arrivo: non un difetto, non una dissonanza. Le mani del Maestro muovono i moti del senso e siamo. Nel sangue scorso: il motivo che (col)lega. Come dirvi: artisti. Veri.

 

 

Sfinita dai soliti refrain mi ancoro alla piena di polmoni: aria che avete – esploso.

 

Di fronte a una realtà che conquista gradualmente la consapevolezza partendo da una unità indifferenziata la ragione incontra non poche difficoltà. Ma ciò che non può essere rappresentato dalla filosofia razionale può essere rappresentato dall’arte: l’artista riesce a rendere visibile lo Spirito che è nascosto nella materia; inoltre, mentre la riflessione filosofica mantiene aperta la separazione fra il soggetto e l’oggetto, l’intuizione estetica e l’opera d’arte annullano definitivamente quella separazione. L’arte può diventare quindi organo della conoscenza filosofica dell’Assoluto.

 

[F. W. J. Schelling, Sistema della filosofia trascendentale]

 

 

 

 

Chiara Daino

 

 

 

E si riporti chi ha recepito: http://www.genovatune.net/live.php?id=325

 

 

 

 

 

 

Annunci

Sabato 17 maggio 2008

Teatro Von Pauer (via Ayroli 35a, Genova)

ore 21

(ingresso gratuito)

GIOVANNA/JÒHÀNÀN

concerto del Maestro Alberto J. Luppi Musso

 

E Daino presta le corde alla Classica [non solo il Metal è Musica Maiuscola]: cut-up di testi a riunire lo spartito nel Nome e nell’Omen. E si ordina. E si declina: al femminile. Nei toni Rossi nei passi contro. Chi TI VUOLE così: innocente, banale donna, donna per uscire, donna da sposare…

La stessa donna distesa per destini. La stessa: la sposa di Cristo, la moglie di Ulisse, la figlia di Agamennone, l’Amante di Brecht, Madonna e Milady, vergine e mantide. Domina e Regina, Schiava del Silenzio, Cleopatra e Cassandra. La fanciulla in fiamme: rogo di giovane Giovanna… 

 

MARCEL MARCEAU

Pierrot (a casa da solo tutto intento a fare un cappio) Prestatemi un revolver o del buon­senso. Della carta, dell’inchiostro. A piacer vostro. Una sigaretta. L’ennesima. Devo essermi addormentato. Un quarto a mezzanotte, contemplo tutto dal fondo dello scroto. T’ho beccata, ho sognato il tuo bel faccino cinabro. Aveva il vigore di una fandonia, e che vitino di vespa però tenevi. Johnny 23 e il Prete mentre s’inculavano alla gran festa in onore dei mangiatori di loto a Tangeri… poi il Pruno m’ha cavato un occhio e… – toc! – rancando il pag­gio ha bussato alla porta e in fretta alla Granduchessa: “Il covatoio è pronto! Vuole che le prepari la vasca prima?” Poi dalla tasca gl’è cascato un foglietto: “L’uomo proboscide è fi­nalmente in città al: “Mercato delle Zecche, Cacatoio, Giugno [14 e 15] NON MAN­CATE!’’… poi più niente mi sono svegliato maledette imposte aperte! Son tornato al principio di ragione, lo stronzo quasi m’ha convinto. Vermiglio fiotta dallo squarcio ancora. Poirot non vuoi saperne proprio di morire. Il lento gorgoglio dai visceri infuocati gronda, piange e ride insieme. Un groppo in gola quasi strozza! La foia del Punto d’un colpo ravvigorita. Roba nera importata da un cacatoio. L’assunzione è di quelle da cucchiaio rovente o da fornello da campo e carta stagnola. Sotto la farina lo Smunto ghigna senza ragione alla bianca punzione mordace, all’osso, al cosiddetto amore. Che lo squisito torpore torni ancora a farmi martire! (allunga una mano, prende un taccuino) “Questo versare insensato nei tuoi occhi come morto. Delusa? E allora davvero è un gran giorno… prova e dì se un amore del genere avremmo mai potuto viverlo?
Tutto finge. Un posto lasciato vacante riempito un pò alla volta. Sempre lama alla gola. Sempre sulla parte maledetta del Manico. Per sempre, la panza che smania la danza.”

, ,

Schiera di dannati. Nei gabbi per espiazione. Scegli la via più breve. Marcire nel mezzo. Raschiare il fondo. S’ingrossa la fossa, s’aggrottano le fronti. Tutto brucia, tutto viene a galla. Le anime morte nessuno le ha sentite fiatare, nessun morto imprecare. Fa eco in un rintocco l’agonia immota. Santi e martiri, gloriose canaglie contrabbandan pidocchi. Bari, lestofanti battono alla porta. Angeli scalzi vengono a sorreggermi, mentre aspetto.
Ho il mio Inferno da implorare, il mio rompicapo da risolvere. Una domanda. Ma si diverton laggiù? ( il lunare ministro si genuflette.)
Luca Salvatore

 

Luci infrangono lo spazio della vista
Questa notte la notte ha fermato il tempo
La luce e` un vortice
Questa notte non deve finire mai
Perche` sei bellissima
Luna avvolgimi lo spazio della vista
Accarezzo i tuoi occhi e mi resta in mano un po’ di te
La luce e` un vortice
Come frammenti di voci lontane
Bianca lebbra di luce
Che m’ attacca nel buio
La mia pelle si spacca e non si forma piu`
Bianca squama di cielo
Che mi insegue nel buio
La mia pelle si spacca e non si forma piu`
Sono ancora qui non mi spezzo mai
Potrei vivere nel sogno di volare
Lanciandomi a cavallo delle scie
Alzandomi come sabbia
Come un frammento che cade lontano
Bianca lebbra di luce
Che m’ attacca nel buio
La mia pelle si spacca e non si forma piu`
Bianca squama di cielo
Che mi insegue nel buio
La mia pelle si spacca e non si forma piu`
Au clair de lune
Mon ami Pierrot
Prête-moi ta lume
Pour écrire un mot

 

 

Litfiba

 

Pierrot e la Luna, Pierrot è la Lupa…

Chiara

chiara_daino_viv.jpg

L’Iside sbracciata della prima notte del cielo
è raggiante di delitto.

Scendi nel nudo della carne viva,
immischiato di fango,
nel viscido che innomina il volto.

Nitrisci ora della faccia maciullata del bue
andato contro il sole,
e di notte uccidi il verme che ti soffia accanto,

Tu,
che eri trafitto e mutilato la
forma di Dio sotto l’aratro dei morti e
ferito il giorno avvampato nel mistero.

Schernisci ora il tracciato del rantolo e
crepa ubriacato

Nell’angelo del silenzio domato.

Giovanni Capogna

 

Massimo, Mirko, Michele, Mauri – grazie che sia.

C.D.

chiaradainolocandinamz01.jpg

http://www.brianzateatro.it/www/pagine/evento.php?ID=368

http://www.brianzateatro.it/www/pagine/evento.php?ID=368

Al di là, distese selvagge di vento
sia ruote e cadute nel verde: noi
[è possibile]

rigido rivolo rosso
[il tuo] è giusto il punto:
intona la mia gelosia

di fuoco e di gola: troppo
e dimmi come [hai potuto?]
lasciare chi – lei con la sola
esigenza di, urgenza di:
possederti
ti odio ti amo: in un tempo

provati – entrambi – è passato

volti di mostri la notte
mi hanno detto la sconfitta

sciolte le mie cime tempestose
Heathcliff – vedi? sono io: Cathy

ritorna. casa. ritorna: crepo…

il gelo. e lascia che torni
per la via aperta – la tua
spalanca

diventano scure diventano sole
le parti dove tu non sei [presente]
ti destino e mi destino
a fallire – se manca [lo sbaglio]

è il nodo [rivolgo indietro]
è il mio crudele Heathcliff il mio
unico segno unico sogno
mio sire mio signore mio

oltre la lunga misura

ho vagato le ombre
riparo: al suo fianco
il Giusto – al mio porto
le cime tempestose
e lascia: l’anima
ti tengo, ti spicco

Cathy sai e chi sei
– sono io [le rotte
le acque le cime]

per la tempesta che.

Chiara Daino [da Sàrxophone, Wuthering Heights, Kate Bush]

Genealogia di Heathcliff
Fu nell’estate del 1775 – si era all’inizio della mietitura – a Wuthering Heights che i loro destini si incrociarono.
Caterina è una piccola selvaggia dispettosa di sei anni, che mette a dura prova la pazienza di tutta la famiglia.
Il padre di Caterina, il signor Earnshaw, padrone di Wuthering Heights, è l’ultimo discendente di un’antichissima famiglia dello Yorkshire.
Wuthering Heights, cioè “Cime tempestose”, è il nome della residenza degli Earnshaw. Sopra la porta principale della casa, fra uno scialo di putti e di grifoni, c’è inscritta una data, “1500”, e il nome di colui che la fece erigere, “Hareton Earnshaw”.
A abitare Wuthering Heights non sono in molti. Tutta la servitù dei signori Earnshaw sono il pio, rancoroso Giuseppe e Nelly, l’adolescente figlia della balia di Hindley, il fratello di Caterina, il primogenito. Una compagnia ristretta, lontana dal frastuono della società, raccolta nelle sue rare ore d’ozio in un vestibolo non grande, anzi un po’ angusto, dove oltre alla tavola spiccano i fucili arrugginiti e le pistole appese sopra al camino.
E’ in quell’ambiente aspro e solitario che accade l’imprevedibile. Nessuno, tranne il suo artefice, ha l’aria di accettarne di buon grado l’inevitabilità.
Un bambino abbastanza grande da poter camminare, dall’aspetto di zingaro, proveniente chissà da dove, esce fuori dal cappotto avvoltolato fra le braccia del signor Earnshaw, di ritorno da un viaggio d’affari. Il signor Earnshaw l’aveva incontrato e raccolto in una strada di Liverpool, e dopo aver inutilmente chiesto in giro a chi appartenesse, se lo era portato a casa, indocile fardello abbarbicato al suo futuro.
Per i famigliari quel bambinello è un intruso: le lamentele della signora Earnshaw esprimono, in fondo, lo stesso imbronciato malcontento dei servi e dei bambini. Ma il signor Earnshaw, morto di stanchezza, irremovibile nella sua intenzione, ha disegni segreti e incomunicabili, e non intende dare ascolto alle obiezioni della moglie.
A quell’ora tarda, sono già passate le dieci, c’è poco da discutere. I tre bambini, frementi all’idea di un regalo da Liverpool, sono delusi come di fronte a un tegame con in vista, ormai, solo le briciole del dolce. Osservano saltar fuori da un cappotto un lacero diavoletto sporco che balbetta qualcosa in una strana lingua incomprensibile e pensano al violino, alla frusta, alle mele e alle pere, a tutto quanto si erano aspettati di ricevere e non vedono.
Due occhi neri e luminosi, un faccino lungo lungo dai tratti irregolari, un cespuglio di ricci scuri lunghi fino alle spalle, e un cipiglio fiero, quasi insolente nel quieto sguardo fisso su ciò che lo circonda… Da subito, quell’essere sembra appartenere a un altro mondo e stona nel consesso famigliare come una civetta fra i cani, i gatti e i cavalli di una masseria.
Ancora la signora Earnshaw sbraitava con le sue domande:
Come hai potuto portare a casa nostra quel figlio di zingari? Non abbiamo già i nostri marmocchi da nutrire e da allevare? Che cosa intendi farne? Ti ha dato di volta il cervello?
Quanto ha strillato la donna. Il signor Earnshaw ha lasciato che si sfogasse ridendo e lamentandosi nello stesso tempo. Entra lo zingaro-nero che non sa dire neanche una parola e il padrone di casa, discendente di un’antica casata e padre felice di due giovani rampolli, non trova di meglio che sorridere al nuovo venuto, come fosse un dono di Dio.
“Non potevo lasciarlo dove e come l’ho trovato”, ha detto il signor Earnshaw. “Basta, adesso. Nelly, lava il bambino. Fagli indossare cose pulite e mettilo a dormire con gli altri!”.
Intanto, Hindley e Caterina si erano messi a frugare nelle tasche del signor Hearnshaw in cerca dei regali promessi – non ricavandone che lacrime: Hindley alla vista del violino tutto frantumato, e Caterina per lo scapaccione del padre, poiché, appreso che questi aveva smarrito la sua frusta per occuparsi di quello sconosciuto, la bambina non si era trattenuta dal fare le boccacce e addirittura, a un certo punto, dallo sputare in direzione dell’ignaro trovatello.
Così, dunque, avvenne l’ingresso di Heathcliff in famiglia.
Gli danno un nome. Lo battezzano Heatchcliff, con il nome di un figlio morto poco dopo la nascita. Perché lo hanno chiamato così? Cosa significa quel nome? Non sarà, lo zingaro, il frutto di un amore non legittimo del signor Earnshaw? E già Hindley lo odia. In lui vede un rivale nella lotta per l’affetto e per gli averi del padre, un estraneo da tormentare senza tregua, senza pietà.
Il povero orfanello, come soleva chiamarlo il vecchio Earnshaw, sopporta le percosse di Hindley senza batter ciglio.
Alla morte della signora Earnshaw, sa perfettamente quale potere ha sul cuore del suo benefattore ed è consapevole anche del fatto che gli basta aprire bocca perché tutta la casa si inchini ai suoi desideri.
Durante una disputa con Hindley sul possesso di un puledro: Devi scambiare il tuo cavallo col mio. Il mio non mi piace più e, se non vuoi, dirò a tuo padre delle tre scudisciate che mi hai dato questa settimana e gli mostrerò il braccio che è livido fino alla spalla. Gli racconterò di come ti sei vantato che, appena lui morirà, mi metterai alla porta e allora vedremo se non verrai tu stesso scacciato subito.
Tanta risolutezza non resta senza effetto. La faccia di Hindley avvampa di collera e le parole gli tremano sulle labbra. In Heathcliff, il giovane Earnshaw individua ormai l’usurpatore dei propri privilegi. E forse, senza neanche accorgersene, qualcosa di più inaccettabile. Qualcosa come la sua stessa ombra, probabilmente, la parte di sé che nessuno, in fondo, ambisce a riconoscere.
“Prenditi il mio puledro, zingaro”, urla infuriato. “Prenditelo, e sii maledetto. Spoglia mio padre di tutti i suoi averi, ma aspetta a fargli vedere quello che sei, figlio di Satana!”
E poi con un colpo brutale lo manda a ruzzolare sotto agli zoccoli del cavallo, prima di darsi rapidamente alla fuga.
Diavolo d’un Heathcliff! Sembrava così spesso un bambino triste e paziente. Indurito, si direbbe, dai cattivi trattamenti. Intanto, risollevatosi, il ragazzo continua nel suo intento, con freddezza. Cambia le selle al puledro, lo slega e lo fa passare nel suo stallo, siede su un mucchio di fieno per vincere lo stordimento provocato dal colpo, e rientra in casa.
Infine, lascerà credere che tutti i suoi lividi siano dovuti al cavallo, poiché a dirla tutta non gli importa niente di quello che si dice intorno a lui, una volta che ha soddisfatto il suo desiderio.
Così Hindley ha riconosciuto Heathcliff, che si è riconosciuto nel suo illimitato volere. Ma per riconoscersi a sua volta nell’indole cattiva e rancorosa di Hindley, Heathcliff dovrebbe riuscire a blandire il proprio orgoglio viziato. Comunque, c’è una che ha riconosciuto Heathcliff da tempo, e che, dopo lo sputo della prima sera, non gli ha mai fatto subire dei torti. E’ Caterina.
Sì, Caterina ha riconosciuto se stessa in Heathcliff, o meglio, per quanto, adesso, le consente la sua immatura coscienza, ha intravisto i propri tratti nello specchio di Heathcliff: un fanciullo intelligente, un compagno di giochi e di merende, e, nello stesso tempo, un inavvicinabile straniero, e per di più uno spirito libero e selvaggio.
Davvero, è una gioia continua ritrovarselo al fianco ogni mattina in quella grigia, fredda casa buttata lì chissà perché sulla brughiera a tentare di resistere a solitudine e tempeste. E la gioia aumenta quando lei sente il vecchio padre zittire l’urlo lamentoso del vento nella gola del camino con parole del genere:
“Non temere, Heathcliff, per le malefatte di tuo fratello, quel buono a nulla di Hindley. Finché avrò vita, mi prenderò cura di te. E poi, non ho alcun dubbio sulle tue qualità, e sulla tua capacità, con gli anni, di rendere ancora più prospera Wuthering Heights”.
Con l’andare del tempo, le forze incominciarono ad abbandonare il signor Earnshaw, ed egli, sempre più dolorosamente irascibile, precipitava in parossismi di furore per qualsiasi trasgressione alla sua autorità.
Quando qualcuno cercava di ingannare o di opprimere il suo prediletto, il vecchio andava su tutte le furie. Soffriva per il solo timore che fosse oggetto di qualche mala parola da parte dei suoi due figli, e non era affatto raro che afferrasse il bastone per darlo sulle spalle di Hindley e che, non riuscendovi, restasse lì, impotente, con quel grosso coso inutile in mano, come uno spaventapasseri o una strega tremante per la rabbia.
La sera, il signor Earnshaw subiva ormai passivamente i sermoni del domestico Giuseppe, spietato nel tormentarlo circa il rigore con cui dovevano essere allevati i figlioli:
“Non posso certo meravigliarmi della Vostra contrarietà. Questi ragazzi, sembrano essere venuti apposta al mondo per inquietare un uomo ragionevole come Voi”.
Frasi come queste, un tempo avrebbero ferito il signor Earnshaw, ma adesso, nel deperimento generale delle sue facoltà, riuscivano a fare una grossa impressione su di lui.
“Purtroppo, devo darti ragione, caro Giuseppe. Quando si dà la vita a un figlio, si reputa che non ci sarà miglior figlio, nessun ragazzo migliore del proprio, nessun erede più meritevole. Ma la realtà è diversa, e ci sorprende sempre in peggio, e spesso, anzi, addirittura ci umilia”.
“Gli uomini saggi non devono attendersi nulla dal prossimo”.
“Non vedi, però, com’è diverso il mio Heathcliff? Non senti anche tu la forza che emana da tutto il suo essere? C’è un magnetismo così irresistibile nei suoi occhi che rende impossibile il pensiero di non amarlo. Sì, un magnetismo animale, con in più, comprendimi, un’energia che gli viene dritta da un altro mondo”.
“Con tutta franchezza, Signore, quel furbo da tre cotte di Heathcliff è di tutt’altra pasta, assai più solida, rispetto al signorino Hindley e alla signorina Caterina”, sentenziò Giuseppe, cui in quella casa spettava per intero, ormai, Bibbia alla mano, il diritto del giudizio.
“Di tutt’altra natura, d’accordo. Se Heathcliff non è né un ragazzetto viziato come Hindley né una cocciuta monella capricciosa come Caterina, è chiaro, lo deve non a chi lo ha educato, ma alla sua stessa eccezionale natura”.
Si zittirono, per guardare Heathcliff che aveva chiuso gli occhi, a qualche metro dal camino, per terra con il capo in grembo a Caterina.
Sembrava raccolto in qualche parte inaccessibile di sé, simile al gatto nero acciambellato eppure stranamente vigile a pochi passi dal fuoco.

Massimo Morasso

[da LA VITA INTENSA I racconti di Vivien Leigh]

wuthering1.jpg