Quella parola violenta! E la violenza di quella parola ha la forza fatua della tua miseria! E sono la «troia» e sono la «puttana» e quella «vacca da mettere a novanta» e sono l’amarezza, l’amaro in bocca, sono tutto l’amaro che devo solo succhiare e, muta, chinare il capo per ingoiare – tutti i nomi che sono e che non sono. Come puoi dirti «un uomo»? Ti dico lo so: ti viene facile quello schiaffo sordo e secco. Ti dico lo so: che devo sempre e solo, ancora, tacere. Mentre precipito dalle scale per la tua ennesima spinta. Quella parola violenta! E la violenza brucia la pelle e corrode la faccia! E sono il viso che hai deturpato con l’acido per una colpa che non ho commesso, per tutto lo sperma che ho rimesso nei secoli dei secoli –  amen! Baciamo le mani assassine e torniamo nel nido di omertà.

Ti sorrida quel taglio sulla gola: vomita sangue e silenzio – il mio collo è un strazio e tu ti senti la mano armata di un dio impunito, libero di giocare al massacro. In virtù di quella violenza che se la schiava esce di casa, esce distesa. E trema la terra che mi mangia. Quella parola violenta! Le pupille impresse dalla paura sono un panorama che nessuno resuscita, nessuno riscatta, poi ti strappa la camicia e a forza ti blocca: ti stupra e ti amputa, piove un rosso dolore e ti priva della vita, annulla la speranza, estirpa il clitoride e in tutto questo – si fa beffe di quel tuo stupido piangere: «perché proprio a me?».

Perché a tutte cuce la bocca e cuce la pelle: sono i settanta punti di sutura, la frattura scomposta e le domande del medico. Quella parola violenta! E sono tutte scuse – le tue crisi di astinenza, l’alibi della tua dipendenza e dalla droga e dal bicchiere: sono le finte promesse di un domani migliore, sono trent’anni di percosse – da quando mi ha portata all’altare. Quella parola violenta! E sono tua figlia, tua moglie, tua mamma e tua sorella, sono la passante colpevole di minigonna, sono la più procace delle tue alunne, sono quella da cui non accetti un rifiuto, sono ubriaca e sei tu che mi trascini nel vicolo. Quello più buio, quello senza via d’uscita. Tanto ero io quella – con la bocca da porca.

Quella parola violenta! E sono l’obbligo di coprirmi e l’obbligo di spogliarmi, sono le forme che devo nascondere e sono le forme che devo mostrare, sono quello che non devi vedere e sono quello che ti devo esibire, sono il prezzo da pagare per non contare i lividi, sono l’unico modo per lavorare nei tuoi cristalli liquidi, sono le ceneri perché il rogo cancelli i tuoi scandali. E sono un picasso di ecchimosi, sono tutti quei plagi, sono tutti gli abusi, e sono tutti i calci in pancia per gli aborti che la tua rabbia ha deciso: gonfiare di botte e sgonfiare di culle – come un pallone gravido che non ti diverte!

Quella parola violenta! E sono la santa che ha preferito la morte, sono il calco dei denti dei miei resti massacrati, e sono il bersaglio dei tuoi sputi, sono le mie unghie impotenti, il fetore del tuo peso, il muro che mi strappa, la lama che mi punta, le labbra che mi tappa, il fango che m’intasa, m’invade, m’infetta – la gola il naso le ossa – mentre mi forzi il cranio, supina, sull’asfalto del parcheggio. E prego e supplico e voco – invano – qualcuno, qualcuno che esca dalla discoteca e ti veda, ma nessuno, nessuno vede la violenza che si consuma in ogni angolo e in ogni piano e in ogni luogo, in ogni buco: è un crepare lento e nero e violalutto, nell’eterno ritorno dell’eterna indifferenza.

Atroce ripetere l’orrore e parte la denuncia, ma nessuno, nessuno può rendermi l’innocenza. E sono la piccola vittima di un’altra e un’altra e un’altra molestia ancora, troppo piccola perché qualcuno mi creda e creda sia un mostro e non un parente stretto – quello che mi accompagna al campeggio. Quello che mi sevizia con comodo perché tanto: vive sotto il mio stesso tetto. Entra tutte le notti nel mio letto di bimba per giocare giochi che non voglio giocare. Spero solo finisca e presto e in fretta. E chiedo pietà e nemmeno più la chiesa è un posto sicuro per sentirmi sicura. E neanche a scuola. Ora che hai convinto anche la mia compagna e un’altra e un’altra e un’altra ancora: hai convinto. E ogni fanciulla si è armata di catena per esercitare la stessa crudeltà che tu hai sempre preteso come un diritto, azzerando ogni rispetto. E sono sola, con un’altra spranga che mi frantuma la schiena e mi paralizza – l’anima.

Quella parola violenta! Assorda la tua minaccia mi strozza la gola sbavando «stai zitta zitta zitta!», mi spolpa e mi sporca con la furia omicida di muscoli che non posso fermare che non posso frenare – le minacce diventano certezze nel mio martirio [che volevo solo passeggiare in quel parco, al tramonto]. Non ho scampo e tu hai tutto il tempo per spaccarmi anche l’altro polso. Quella parola violenta! E sei nel vetro infranto dell’auto, sei il mio ragazzo legato e impedito dal darmi aiuto, in quel sentiero, dove cercavamo un posto nostro. E sono lo sfogo perché vuoi vendicare qualche trauma passato, e vuoi solo farmi subire quello che a tua volta hai subito, sono l’ultimo anello di una catena malata, sono il più debole e il più semplice da battere, sono l’inferma più fragile e più esposta al pericolo, sono l’orrore, l’orrore della guerra anche in tempo di pace. Sono in ogni stato e in ogni paese, sono quelle mimose che sono solo una zecca commerciale – perché in ogni lingua sono il male che mi schianta, sono le grida che non sono scudo, sono il distacco di chi non rischia, di chi chi gira la testa, di chi si crede immune, sono la percentuale costretta a crescere, sono un dato di cronaca, il quotidiano che non ti tocca e non ti riguarda, sono la ferita che non rimargina e si radica nella violenza di genere, nella violenza in genere: è un meschino pervertire l’umano e nel fumo di zolfo mi violentate a turno per piacere del branco, uno squarcio, uno per uno, dall’utero all’intestino, dal retto alla trachea – mi guardo dall’alto e mi sento svenire per lo strappo delle carni, per la grandine di colpi, sempre più forti. E così mi scannate e, compiaciuti boia, ridete – ridete sempre più forte – e vi passate la mannaia…

Quella parola violenta! E quanta parola mi violenta se provo a dire a qualcuno quel che ha ucciso dentro e devastato fuori. E quanta parola violento per non dire, per il panico di una qualche più tragica ripicca o più feroce vendetta. Perché non so dove andare, dove scappare o a chi chiedere, né come dimenticare e continuare a convivere – con il marchio della violenza che mi segnò senza ritorno, m’insegnò un lato oscuro che ti giuro non me lo sono cercato e non trovo un motivo valido quando dici che me lo sono meritato e solo perché ho sorriso a uno sconosciuto…

E ora soffoco: ogni sorriso nell’incubo, nel ricordo che ti racconta la mappa delle mie cicatrici, il mio setto nasale rotto e la milza che mi hanno asportato. E ora è successo di nuovo, grazie al video, perché qualcuno adora a tal punto uno spettacolo violento da riprendere tutto – per deviare tutti quelli che credono: il più violento il più potente.

E carnefice su carnefice: è un impero che prospera la mattanza! Quella parola violenta e per quanto tu possa lavarti le mani, quella macchia non passa, per quanto tu possa tagliarmi la lingua e chiudere gli occhi, spezzarmi le ginocchia e piombare le finestre, per quanto ti consoli fare finta di non sentire e sentirti al sicuro e sentirti pulito, nel corpo e nella coscienza – quella parola violenta! Quella parola ti aspetta, alla fine del corridoio, per quanto lungo, mentre mi porti al patibolo, quella parola sono io. Parola di donna, parola di tutte le donne che tu: non provi vergogna?

 http://www.corridoio.org/testo.html

http://www.corridoio.org/

http://www.marcantonio.eu/

Ringraziando Marcantonio Lunardi e tutte le Anime che [sanno vedere e non possono e non vogliono e non devono: tacere]

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What I’ve felt
What I’ve known
Never shined through in what I’ve shown
Never be
Never see
Won’t see what might have been
What I’ve felt
What I’ve known
Never shined through in what I’ve shown
Never free
Never me
So I dub thee UNFORGIVEN

 

 

 

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